Serie tv e senso di appartenenza-mille anni luce lontano dalla Casa di Carta

di:

cinemapensieri

Confesso di essermi avvicinato tardi alle serie tv, forse per questioni anagrafiche, forse per l’abitudine a storie che, nella maggioranza dei casi, si risolvevano nell’arco di 2, 3 ore, come in un lungometraggio.

A smuovere per la prima volta il mio interesse in maniera irrimediabile fu l’avvento di  Lost. Ne rimasi folgorato e dipendente, e sono convinto che la creatura di JJ Abrams  e del suo gruppo di visionari autori, abbia gettato le basi per molte delle produzioni che verranno, aprendo di fatto la strada ad un nuovo modo di raccontare per immagini. Le peripezie dei passeggeri del volo Oceanic Airlines , i molti twist narrativi, l’immaginifico e surreale plot , le sfaccettature dei personaggi, mi hanno conquistato , fino a creare un senso di appartenenza che va oltre la semplice passione per il genere.

In seguito ho visto veramente di tutto, lasciandomi affascinare dal poderoso impianto fantasy dell’epica Game of Thrones, dalle implicazioni filosofico esistenziali del gioiellino francese The Revenants , dall’apocalisse zombie di The Walking Dead, fino alla poco conosciuta The OA , alle, tutt’ora, mirabolanti invenzioni distopiche di Westworld e al congegno ad orologeria costruito da Dark-i segreti di Winden, dal quale ci si attende uno scoppiettante e risolutivo finale. Mi sono emozionato e arrabbiato di fronte allo sconvolgente documento storico di Chernobyl e al rigore stilistico e recitativo di  True Detective , tornato bambino con il citazionismo di Stranger Things.

Ho frequentato altre serie che mi hanno convinto per una sola stagione, o che non  ho amato alla follia, ma alle quali riconosco uno stile particolare, fino a renderle degne anche solo di una visione parziale. Ho apprezzato storie romantiche, horror, fantascientifiche, drammatiche, comiche, noir, thriller. Come per il cinema, non ho mai avuto preconcetti o preclusioni, mi sono avvicinato anche a cose in apparenza lontane da me, con le quali non avrei mai potuto provare appartenenza, per risultarne, infine, piacevolmente intrigato e sorpreso.

Con lo stesso spirito, spinto dal crescente successo mediatico, mi sono avvicinato a La Casa de Papel, super chiacchierata serie spagnola amatissima dal pubblico italiano. Dopo pochi minuti di visione ne sono stato irritato (trama e idee scopiazzate malamente da molte altre, dialoghi da telenovela di quarta categoria, personaggi sterotipati e assai poco credibili, canzonette paracule che ricordano soluzioni già provate da certa fiction italiana che non ha avuto la stessa fortuna), ma mi sono sforzato di proseguire, cercando di capire dove volesse andare a parare.

Alla fine, dopo qualche puntata, pervaso dalla sensazione di buttare via il mio tempo, ho capito che questa serie è lontana mille anni luce dall’appartenermi, e quel che è peggio, mi appare oltremodo sopravvalutata. Di fatto è un fenomeno per me inspiegabile.

Poi mi è venuto in mente che siamo il paese al mondo dove hanno realizzato e trasmesso più edizioni del Grande Fratello, dove esistono programmi come quelli di Barbara D’Urso, dove  ci si accapiglia a sangue per Uomini e Donne. Improvvisamente tutto  è  diventato più chiaro.

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