Verdena- il capolavoro “Endkadenz vol.1” riscoperto in attesa del nuovo album

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In attesa delle nuove attese gesta di una delle più vitali e significative realtà della scena rock italiana  riproponiamo la recensione di ENDKADENZ VOL.1 

Riascoltando l’album proviamo la stessa incontenibile sensazione di allora e riconfermiamo la certezza di trovarci davanti ad un capolavoro che segna la definitiva maturità artistica della band bergamasca

 

Il ritorno dei Verdena con un disco, “Endkadenz vol.1”, che come ampiamente anticipato si completerà presto con una seconda parte, è sempre notizia capace di provocare profonde reazioni sulla scena del rock alternativo tricolore.

Superando d’un balzo tutte le inutili premesse di circostanza vale la pena immergersi immediatamente nell’analisi di un lavoro che conferma ancora una volta la fiera singolarità di una formazione che pur continuando a scrivere in italiano risulta essere senza dubbio la più internazionale e apolide di quelle di casa nostra. La prima parte di quest’opera, destinata a diventare un dittico, si apre in maniera epica con “Ho una fissa” ed è istantaneo amore, urgente, rumoroso, poetico, decadente, la chiave perfetta per entrare subito in sintonia con un luogo di meraviglia, fragore e sospensione, un luogo che i fan del trio bergamasco conoscono assai bene.

Nemmeno il tempo di riprendersi che arriva “Puzzle”, psichedelia onirica da applausi, magistrale dimostrazione di maturità artistica e capacità immaginativa, naturale flusso di coscienza e libertà, e si parte, per un dove che non è necessario conoscere. “Un po’ esageri”, singolo che aveva anticipato l’uscita, riconduce vagamente ai primi Verdena, e il suo respiro pop non finisce di piacere anche dopo ripetuti e compulsivi ascolti ( vi si possono cogliere rimandi a The Smiths e Dinosaur Jr). “Sci desertico” ribolle percorsa da soluzioni elettroniche che sorprendono e ipnotizzano, svelando una nuova sfaccettatura del già complesso e tellurico terreno creativo di una band che non punta certo a lasciarsi catalogare, preferendo immergersi in un bagno galvanico di se stessa e farsi rivestire da dorate intuizioni. Con la successiva “Nevischio”, Alberto Ferrari torna a sfoderare chitarra acustica e piano per uno dei brani più intimi del disco, usando in maniera molto emozionale la voce, quasi calandosi in panni da cantautore.

Maestosa e toccante, “Rilievo” a tratti corrosiva, con un finale nel quale una sarabanda di poltergeist sembra incolonnarsi verso il tunnel d’uscita di un ectoplasmatico party, non prima di aver partecipato, in “Diluvio”, alla leggiadria inquietante di un surreale valzer. “Derek” è un’altra sorprendente e sincopata sperimentazione: robotica, esplosiva, elastica, con ritmiche assassine e devastanti derive vocali.

Il malinconico pianoforte di “Vivere di Conseguenza” apre ad un altro pezzo fenomenale, molto adulto, che trae linfa dal vecchio amore di Alberto per i Beatles più psichedelici per poi fluttuare senza tempo (che meraviglia) con malinconia sinuosa e respiro controllato. Synt e mellotron rendono quasi orchestrale “Alieni fra noi”, mentre “Contro la Ragione” è davvero un gioiellino, con quel pianoforte da colonna sonora per film francesi anni ’70. La ricercatezza dei suoni e delle atmosfere è sempre ad un livello che sfiora la genialità, e le parole, meno criptiche del solito, dicono in realtà molto di più di quanto potrebbe sembrare.

Il finale barocco di “Inno del perdersi”, sembra voler stemperare la seriosità di certo prog rock. Il viaggio si conclude con le visioni di “Funeralus”, o meglio , si conclude solo la prima parte di un viaggio destinato a continuare, e sinceramente, ci siamo già messi in coda per acquistare i posti migliori. Immensi.

Fabio Borghetti

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